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    venerdì 20 marzo 2015

    Oggi è il 36° anniversario di morte del giornalista Mino Pecorelli, "l'uomo che sapeva troppo sul caso Moro".

    [post_ad]36 anni fa veniva ucciso da Massimo Carminati in persona (noto alle recenti cronache per essere il boss di Mafia Capitale) il giornalista Mino Pecorelli. L'omicidio è una sintesi perfetta dell'oscuro periodo in cui transitava la Repubblica Italiana in quegli anni, tra Segreti di Stato, Mafia e Politica. 




    Cosa è cambiato da allora? Forse poco. Forse l'unica cosa che è davvero cambiata è che a certi livelli di potere non si spara più e le guerre di mafia si vincono in un altro modo: in tribunale con gli avvocati. Proprio Carminati, il boss di Mafia Capitale ed esecutore dell'omicidio Pecorelli, fino a qualche mese fa era libero di gestire i suoi loschi affari guidando con disinvoltura auto appartenenti alla questura e tessendo fitti rapporti con politici e agenti dei servizi segreti. Poi da un giorno all'altro l'arresto, dovuto sicuramente ad un "cambio" nelle file del potere della criminalità organizzata.

    Ma torniamo alla vicenda Pecorelli, che vede coinvolti nomi del calibro di Tommaso Buscetta, Carminati, Aldo Moro, Andreotti, Antonio Mancini (Banda della Magliana), Vitalone (Senatore DC, fedelissimo di Andreotti), Calò e Badalamenti.

    Ecco l'articolo, buona lettura.

    ROMA Ad uccidere Mino Pecorelli sono stati Massimo Carminati (ritornato alle cronache per essere il boss di Mafia Capitale) e un certo "Angelino il biondo", un siciliano. L'omicidio fu commissionato dal senatore Claudio Vitalone›. Così ha detto ai giudici l'ultimo pentito della banda della Magliana, Antonio Mancini soprannominato l'‹accattone›, un pezzo da 90 della criminalità romana, un killer senza scrupoli che da qualche mese collabora con la giustizia. La sua testimonianza conferma quelle di altri pentiti sul coinvolgimento dell'ex senatore ed ex ministro democristiano, fedelissimo di Giulio Andreotti. E conferma la pista mafiosa del'omicidio Pecorelli indicata da Tommaso Buscetta, nonché l'intreccio tra Cosa Nostra, gruppi criminali diversi ed eversione di destra già emerso in altre vicende, come la strage di Natale del 1984. Quell'Angelino venuto dalla Sicilia per uccidere il direttore del settimanale ‹Op›, infatti, secondo gli accertamenti ordinati della procura di Perugia ed effettuati dalla direzione investigativa antimafia è Michelangelo La Barbera, 51 anni, latitante, capo-mandamento della famigli mafiosa di Passo di Rigano, un tempo legato ai boss Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo e successivamente, dopo la loro uccisione, passato coi corleonesi di Totò Riina. Nel 1979 - Pecorelli fu ammazzato, a Roma, il 20 marzo di quell'anno - La Barbera era dunque uno dei killer di fiducia di Bontade, l'uomo che, secondo il racconto di Buscetta, aveva fatto uccidere Pecorelli ‹su richiesta dei cugini Salvo›, i quali agivano per conto di Andreotti. Vitalone, come il suo leader politico, ha sempre negato i rapporti coi cugini mafiosi, ma è stato smentito da diversi testimoni. Anche Andreotti ha riferito che il suo fedelissimo gli aveva detto di conoscere i cugini; poi, messo a confronto con Vitalone, l'ex presidente del Consiglio ha fatto marcia indietro spiegando che forse aveva capito male. Adesso, alla deposizione di Buscetta si aggiunge l'indicazione dei killer data da Mancini, uno dei quali è, appunto, uomo di Cosa Nostra. ‹Don Masino› aveva anche detto che il motivo per cui Pecorelli morì era nei segreti che il giornalista conosceva sul caso Moro. E Mancini, quando chiama in causa Vitalone, ribadisce questo movente per quell'omicidio di 15 anni fa. Il coinvolgimento diretto della banda della Magliana avviene con Massimo Carminati, all'epoca poco più che ventenne, neofascista dei Nar ma anche killer della banda, agli ordini dei boss Giuseppucci e Abbruciati: è stato chiamato in causa in altri omicidi su commissione, e una volta finita l'epoca del terrorismo politico è entrato negli ‹affari› dei criminali comuni. Tutte questi elementi sono agli atti dell'inchiesta condotta per competenza dal sostituto procuratore di Perugia Fausto Cardella, perché nel marzo '79 Vitalone era ancora magistrato a Roma; di lì a due mesi sarebbe entrato in Parlamento, nelle file democristiane. Ma sono anche contenute negli atti del maxi-processo romano sulla banda della Magliana, di cui il giudice istruttore Otello Lupacchini sta per depositare il rinvio a giudizio. In quelle carte ci sono pure le dichiarazioni di Fabiola Moretti, moglie di Antonio Mancini: anche lei sa molte cose della banda della Magliana, per essere stata la donna di Danilo Abbruciati e amica di Enrico De Pedis, altri due pezzi grossi della banda, uccisi il primo nell'82 e il secondo nel '90. Ai magistrati la donna ha raccontato le confidenze ricevute dai due criminali sui loro rapporti proprio con l'ex giudice ed ex senatore Vitalone, al quale si sarebbero rivolti per l'‹aggiustamento› dei processi. La prima dichiarazione su Vitalone, che determinò lo spostamento dell'inchiesta a Perugia, si riferiva proprio all'aggiustamento di un processo e veniva da un altro pentito della Magliana, Vittorio Carnovale detto ‹il coniglio›: durante il dibattimento, nelle gabbie, ‹il coniglio› sentì dire che non c'era da preoccuparsi perché del processo si sarebbe occupato Vitalone, il quale doveva restituire il favore dell'omicidio Pecorelli. Ora, insieme a quella testimonianza, ci sono le dichiarazioni dei due nuovi pentiti, su cui sarebbero stati già trovati dei riscontri. E il boss della banda Maurizio Abbatino, ‹collaboratore di giustizia› dal '92, pur dicendo di non sapere nulla sul delitto Pecorelli, afferma che all'arsenale del gruppo custodito nei sottorranei del ministero della Sanità avevano accesso sia Abbruciati che Massimo Carminati: le perizie hanno stabilito che due dei proiettili jevelot che hanno ucciso il giornalista venivano proprio da quel deposito di armi. Appena saputo dei nuovi elementi a suo carico, grazie al deposito dell'inchiesta romana, Vitalone s'è presentato al giudice Cardella per dichiarazioni spontanee, ribadire la sua estraneità all'omicidio Pecorelli e smentire i rapporti con la Magliana. Ma l'indagine sul suo conto e su Andreotti, sui killer e sui ‹tramiti› mafiosi Calò e Badalementi, continua. 
    Giovanni Bianconi



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