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    martedì 3 marzo 2015

    Imprenditore disperato dà fuoco alla villa il giorno dello sfratto

    [post_ad] La disperazione di Giuseppe Oneda, 68 anni. «L’ho fatto per mia moglie». E dopo aver incenerito la casa telefona alla banca: «Venite a prendervela adesso»


    I ricordi di una vita. Sfarzosa. Il sudore e la fatica di averli guadagnati giorno dopo giorno. Gli anni migliori, con il grande amore al fianco. Era tutto lì: in quella villa gialla circondata dagli alberi al civico 39 di via Bachelet, Azzano Mella. Voleva cancellarli per sempre, e impedire che qualcun altro li spazzasse via senza alcun rispetto. Giuseppe Oneda, 68 anni, ha appiccato il fuoco prima che l’ufficiale giudiziario bussasse alla sua porta per comunicargli l’esecuzione del pignoramento della sua casa. Sapeva che ieri mattina avrebbe dovuto andarsene lasciando tutto il suo mondo dietro la porta. E non poteva accettarlo.

    «Non l’avranno mai, piuttosto la distruggo io. Ci sono i ricordi di mia moglie, là dentro»: lo aveva sussurrato più volte agli amici. Anche al cimitero, dove riposa la signora Emilia, sua moglie: se l’è portata via il cancro cinque anni fa. L’ultima volta, giovedì sera: dicono che Giuseppe avesse chiamato i figli (ne ha quattro, due maschi e altrettante femmine) e i carabinieri per avvertirli del gesto estremo. Ma nessuno gli avrebbe dato peso. La vita del signor Giuseppe gli si è rivoltata contro una decina di anni fa. Quando andò a rotoli la Omb, nota azienda che produceva cassonetti per rifiuti, poi acquisita dal Comune di Brescia. Oneda era il titolare, con altri soci. Da un fallimento milionario non si è più risollevato. Nel 2010 il colpo più duro: la morte della compagna di una vita. E l’inizio di una solitudine più logorante di tutte le difficoltà economiche.

    A «salvarlo» ieri mattina è stato un vicino di casa. Giuseppe era uscito a prendere le sigarette molto presto: quando nella via ha iniziato a propagarsi l’odore acre di bruciato i residenti si sono affacciati alle finestre. Erano le 8.10. «Sta bruciando la casa di Beppe» urla qualcuno: le fiamme si alzavano dal tetto, confermano i testimoni, certi che Oneda fosse fuori. Invece no, qualcuno l’aveva visto rientrare, e subito si è scatenato il panico. L’amico di sempre non ha esitato a precipitarsi giù dalla rampa che porta al garage («da quando la moglie è morta non l’abbiamo più visto usare la porta d’ingresso»): Giuseppe era lì, al piano interrato, che spargeva cherosene per continuare ciò che aveva iniziato. Al piano di sopra un botto: la finestra del salotto esplode per il calore. I mobili - ridotti a un cumulo di cenere - li aveva distrutti e accatastati, prima di appiccare il rogo. 
    «La mia Milia non avrebbe voluto...mai avrebbe permesso che dessi via la nostra casa», ha detto una volta risalito sul viale, appoggiato al muretto. Sul volto qualche ustione, le mani annerite dal fumo, gli occhi fissi. Poi una telefonata, lucida, alla banca: «Ecco, adesso potete venire a prendervi la casa». E una seconda chiamata, ai carabinieri. Sapeva bene, Giuseppe, che sarebbero andati a prenderlo: il beauty era già pronto, così come le sue cartelle cliniche riposte in una busta. Il 68enne è stato infatti arrestato e ricoverato per accertamenti nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Montichiari.

    Al 39 di via Bachelet, nel pomeriggio, resta un’auto della vigilanza a piantonare la proprietà. Lungo la siepe, sul cancello e all’ingresso, le fettucce bianche e rosse e i cartelli: «Locale sottoposto a sequestro penale». Qualche curioso si ferma a sbirciare. In cortile ci sono ancora la Punto grigia di Giuseppe e una bicicletta a terra. «Non appena fu dichiarato il fallimento si liberò di tutto, pur di riuscire a pagare gli operai. Questo era ciò che lo preoccupava», dice chi Giuseppe lo conosce bene. Ad aiutarlo erano i vicini: le bollette, un piatto caldo, due parole di conforto. Anche il Comune. «Ci sono rimasto malissimo», ripete addolorato in sindaco di Azzano, Silvano Baronchelli. La rete solidale istituzionale (oltre che quella «ufficiosa») si era messa in moto. «Gli assistenti sociali seguivano il suo caso. Proprio in queste ore si è chiuso il bando per l’assegnazione di tre alloggi popolari: aveva tutte le caratteristiche per aggiudicarsene uno». Ma si è rifiutato di partecipare, Giuseppe. «Per orgoglio, dignità, vergogna. Era un imprenditore che si è fatto con le sue mani e ha perso tutto». Non i suoi ricordi. 





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